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Archive for 7 ottobre 2014

snow_queen

Sto attraversando un momento di rara afflizione da spoiler. Ma perché cazzo la gente non è in grado di guardare una serie tv senza twittare di continuo (e già questa potrebbe essere una domanda di per sé, ma tralasciamo) cose tipo “wow fighissima l’ultima puntata della quarta stagione, quella dove si scopre che l’assassino è il maggiordomo”?!? E se glielo fai notare ti senti dire che “sì vabbè, dai, non era mica importante”. Ma cazzo! Non so, è come se ci fosse questa radicata convinzione che c’è una fetta di popolazione che guarda le serie TV al momento giusto, ergo o ti adegui o sei colpevole di late-following e ti meriti di dover schivare spoiler per il resto dei tuoi giorni. Che poi normalmente non me la prendo così tanto perché sono abbastanza allenata  filtrare le informazioni però non è neanche logico che si debba stare sempre costantemente in stato di allerta.

Togliti dai socialcosi, direbbe la Voce.

Ma equivarrebbe a dire non uscire di casa se non ti garba incontrare gente cafona.

Il problema, una volta tanto, non sono neanche i socialcosi di per sé. Il problema sono sempre le persone.

Come quelli che escono dalla sala del cinema elargendo dettagli sul finale a beneficio di coloro che stanno entrando per lo spettacolo successivo.

Che faccio, non vado neanche più al cinema?

Che io abbia tendenze sociopatiche e misantrope è una realtà. Sul fatto che esse siano del tutto immotivate sarei cauta nel pronunciarmi.

Anyway. Il libro.

Trovare il paio perfetto di jeans. Trovare i jeans che ti stanno così bene e ti donano tanto che in teoria a chiunque, a ogni creatura sulla faccia della terra, verrà voglia di trombarti.

Quanto adoro Cunningham. Quanto adoro ogni singolo dettaglio dei suoi personaggi e delle sue ambientazioni. La sua New York, le sue storie non-storie che si intrecciano in uno spaccato di vite colte in momenti più o meno decisivi.

Il riferimento del titolo all’omonima fiaba di Andersen è dichiarato e voluto ma, come dice l’autore stesso,

“Non è una riscrittura e nemmeno un tributo, ma quella fiaba ha un elemento che mi ha affascinato: il punto di vista. La storia di un ragazzino che a causa di un frammento di cristallo che entra nel suo occhio e nel suo cuore, vede il mondo in maniera diversa, pensando che quella desolazione sia il reale”.

E il punto di vista è l’elemento chiave fin dall’inizio. Fin da quando Barrett, appena lasciato dal fidanzato tramite sms, vive quella strana esperienza a Central Park, dove vede una luce che sembra destinata proprio a lui. Una luce che, vera o immaginata che sia, dà il via ad una ricerca nuova. Ricerca di senso, di un senso qualsiasi. Dell’immagine d’insieme che si può ottenere solo mettendo insieme tutti i tasselli, anche quelli dimenticati, ed allontanandosi abbastanza per non essere fuorviati dai particolari.

E ciò parrebbe implicare che la luce ha mentito. E che l’acqua sta dicendo la verità.

Accanto a Barrett c’è Tyler, suo fratello, ossessionato dal pensiero di scrivere una canzone d’amore per la sua sposa. Una canzone che sia quella definitiva. Che esprima il significato stesso dell’amore al di là del tempo e della realtà concreta. E c’è Beth, futura sposa di Tyler. Malata di cancro.

E c’è il cancro. Che è un personaggio a tutti gli effetti. Che è, per certi versi, la rappresentazione più efficace di quel concetto di punto di vista che Cunningham insegue. La condizione della malattia rende Beth diversa agli occhi degli altri e ai suoi stessi occhi e, contemporaneamente, ha un’azione straniante sulla realtà che viene percepita da Beth in modo alterato e distante.

Il cancro è la scheggia di ghiaccio, il frammento di cristallo.

L’amore, a quanto pare,  arriva non solo senza preavviso, ma in modo tanto accidentale, tanto casuale, da spingerti a domandarti come tu o chiunque altro possiate credere anche solo per un istante nella legge di causa ed effetto.

E poi c’è l’America. Non al centro, è vero, ma sempre presente, anche se forse sarebbe più corretto dire incombente. Gli Stati Uniti tra il secondo mandato di Bush e l’elezione di Obama.

E c’è il momento di stallo dell’esistenza. Quel momento in cui non hai più idea di che direzione prendere. Quel momento in cui senti che anche solo il più piccolo movimento, la più lieve contrazione di un muscolo basterebbe a far crollare tutto quello che hai faticosamente tenuto in piedi finora. Ognuno è chiuso nel proprio personale castello fatto di ciò a cui vuole credere. La creatività è una via? Fino a che punto?

Ricorrono gli interrogativi sull’arte, sul valore della creazione. Ritorna il risvolto blandamente autodistruttivo e l’inflazionata mistificazione dell’artista drogato che, in molti casi, è solo drogato e non artista.

C’è un senso di sospensione bellissimo che attraversa tutto il romanzo, una tensione leggera, quasi rassegnata. Una trama non-trama che attraversa le strade di Brooklyn, si affaccia su alcune esistenze e si ritira, discreta, senza la pretesa di aver svelato né risolto nulla. Come la luce di Barrett, che forse era vera, forse era solo il riflesso di una fiaba, ma, in ogni caso, ha posato uno sguardo diverso sulla sua esistenza.

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