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Archive for 23 settembre 2014

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Un’ambulanza manovra di fronte al cancelletto metallico del mio palazzo. In ordine sparso sul marciapiede e nel parcheggio interno una decina di carabinieri si muovono inquieti, lo sguardo a terra in cerca di qualcosa. Sullo spiazzo del bar dall’altra parte della strada c’è un gruppo di curiosi. Sono fermi, immobili, attoniti. Quando mi vedono arrivare ammutoliscono. 

Ho tanti di quegli arretrati di cui parlare e nessuna speranza di farlo con un minimo di ordine. Sembra che io mi diverta a fare una programmazione solo per il gusto di cambiarla.

Dilemmi organizzativi a parte, come avevo accennato la scorsa settimana, ho messo gli occhi su Il bambino indaco perché alla base del film Hungry Hearts presentato e premiato a Venezia di quest’anno.

Onestamente prima non conoscevo Franzoso né questo libro e devo dire che, per certi versi, mi ha lasciata piuttosto spiazzata.

Il bambino indaco ha la rapidità e la precisione di una coltellata. Sai – o dovresti sapere – ciò a cui stai andando incontro, eppure non te lo aspetti. Non fino in fondo. Breve, lucido, troppo reale per essere consapevolmente crudele. C’è persino una sorta di rassegnata indulgenza nella descrizione di una vicenda palesemente al di sopra delle forze di tutti coloro che vi prendono parte.

Il protagonista, suo figlio Pietro, sua madre e anche Isabel stessa, sua moglie, sono tutte marionette che portano in scena una tragedia più grande di loro, della quale non hanno una visione d’insieme e che, per questo, non possono comprendere del tutto.

C’è la fortissima, devastante sensazione di impotenza. Del narratore, di fronte a ciò che non capisce e non riesce e combattere, ma anche di Isabel – benché probabilmente in modo più inconscio – di fronte a se stessa e ai demoni che la tengono imprigionata.

L’ossessione di una purezza estrema, definitiva. La ricerca spasmodica e distorta di una trascendenza che diventa unica vita possibile. L’idea di un’evoluzione distorta che porta all’isolamento e all’autoannientamento come uniche vie per affrontare un mondo dal quale ci si deve proteggere e schermare per poterlo trasfigurare in una dimensione più confortevole.

Isabel, con la sua magrezza impressionante e le sue fobie per l’inquinamento e la contaminazione; e il piccolo Pietro che piange, piange, piange. Che smette di crescere, di reagire. Che si consuma nell’asettica purezza di un amore materno folle e incontrollabile.

Se devo muovere una critica, è che la storia narrata da Franzoso è talmente realistica e talmente terribile che cattura il lettore non solo con la sua forza narrativa ma anche trasmettendo una sorta di morbosa attrazione. Si ha un po’ l’impressione di spiare una disgrazia altrui attraverso il buco della serratura.

C’è una morbosità di fondo che è ovviamente propria della vicenda ma che sconfina in parte anche nel modo in cui ci viene raccontata.

Per il resto è ben scritto, scorrevole e molto credibile. Talmente credibile che, al di là del turbamento per il dramma principale, si ha anche il tempo di provare un incredulo sconvolgimento di fronte ai risvolti burocratici. La tragedia non può essere evitata anche perché il padre non ha materialmente alcun mezzo legale dalla sua parte. Si consuma sullo sfondo di un sistema ottuso, inutile e, di fatto impotente. E questo è un ulteriore tratto estremamente inquietante nella sua plausibilità.

Forse devo imparare a non oppormi più. Bisogna lasciarli scorrere, i pensieri, come se non ci appartenessero. Lasciarli fluire in modo da attenuarne la spinta distruttiva. Le dighe sono pericolose.
Se scorrono, i pensieri passano e si inabissano verso qualche mare remoto portando via con sé il dolore. Mentre scompare il dolore scompare anche un pezzo di vita, certo. Ma non esiste altra salvezza che questa.

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