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Archive for 12 giugno 2014

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Allora. Incompresa sono andata a vederlo senza sapere bene cosa aspettarmi…

No. Non è vero.

Sono andata a vederlo senza neanche pormi il problema di cosa aspettarmi perché, diciamo le cose come stanno, quando c’è di mezzo Asia io devo andare a vedere cosa combina. Punto. Se poi ci aggiungiamo che qui nella colonna sonora è pure andata a tirare in ballo il Molko, bon, non mi pare ci sia bisogno di aggiungere altro.

A voler essere sincera, avevo anche le mie perplessità per vari motivi che possono essere significativamente riassunti nel nome di Gabriel Garko nel cast. Considerata la profonda antipatia che nutro per quell’individuo avrebbe potuto rappresentare un problema non da poco. Che poi questa mia antipatia probabilmente derivi più dal fatto che, sostanzialmente, detesto il tipo di televisione che fa e le orde di desperate housewives che gli sbavano dietro è un fattore che sarebbe da tenere in considerazione ma qui si vira verso la psicologia da bar e la cosa è tutt’altro che auspicabile.

Quindi. Il film.

Mi è piaciuto. E anche tanto.

Ok. Non mi metto a gridare al capolavoro perché il sospetto di fangirling sarebbe forse legittimo ma, davvero, è un film dannatamente buono.

E’ forte, personale, diverso. Ti trascina a forza dentro la sua atmosfera e te la lascia attaccata addosso quando esci dal cinema.

Aria (Giulia Salerno), 9 anni, una famiglia sfasciata. Due genitori anaffettivi, egoisti, crudelmente assenti. Due sorelle lontane, inutili, probabilmente troppo impegnate a loro volta a ricavarsi un posto nel distorto universo genitoriale per preoccuparsi di Aria. E i disturbi alimentari. E l’amicizia che sembra essere un rifugio e un conforto. Sembra. E Dac, il gatto nero, le sue fusa e i suoi miagolii, il micio che si prende da Aria tutte le carezze che non vengono fatte a lei.

Il punto di vista della narrazione è proprio quello di Aria e, attraverso le sue parole e i suoi ricordi, emerge un quadro di straziante solitudine e altrettanto straziante desiderio di contatto. Aria rimbalza tra le case di due genitori che non la vogliono, che identificano in lei la concretizzazione di tutto quello che hanno sbagliato, del fallimento del loro rapporto e di se stessi. Il padre (Garko) è un attoraccio di bassa categoria che si pasce della notorietà spicciola che è riuscito a raggiungere e aspira a fare il salto per diventare un grande attore. La madre (Charlotte Gainsbourg) è una pianista ormai più interessata ai suoi amanti (e alle doti dei suoi amanti siano esse economiche o di altra natura) che alla sua musica.

Il fatto che la prospettiva sia quella di Aria è determinante per capire il modo in cui sono connotati tutti i personaggi. Prende vita quella che è sostanzialmente una galleria di mostri. Non si salva nessuno. Le cattiverie e l’indifferenza sono esasperate. I genitori – come anche gli amici, seppur in un secondo momento – sono creature sempre più unidimensionali, sempre più identificate in modo inscindibile con la loro cattiveria nei confronti di Aria.

E questo è fondamentale perché quando sei adolescente (o pre-adolescente come in questo caso) hai una percezione della realtà che, per molti versi, è distorta è amplificata. E’ una percezione profondamente emozionale ed egocentrica. E non conta niente che, magari a distanza di anni, una prospettiva più matura e più razionale intervengano sulla memoria a far vedere gli avvenimenti sotto un’altra luce. Non serve arrivare a capire razionalmente le motivazioni dei comportamenti che ti hanno ferito. Quando sei bambino/adolescente conta solo il fatto che ti stanno ferendo. E niente cancellerà il dolore che provi in quel momento, neanche la consapevolezza che – magari – avesse un motivo. Niente cancellerà mai la solitudine che provi a quell’età. Niente avrà mai il potere di attenuare la potenza di quelle emozioni.

E qui salta fuori il discorso – affrontato anche a Cannes – del biografico o non biografico. Quanto ci ha messo Asia di personale? Quanto ha preso dalla sua infanzia? Lei smentisce che sia un film autobiografico.

Sinceramente trovo la questione un po’ oziosa per varie ragioni. Che ci sia del personale è ovvio e inevitabile. Tutti finiamo col riversare parte del nostro patrimonio emozionale in quello che creiamo. E’ fisiologico.

Ci sono dei riferimenti a quelli che possono essere suoi ricordi – anche se qui sto andando a ruota libera e sto facendo associazioni che non hanno alcuna conferma. I capelli della Gainsbourg e certi suoi abbigliamenti ricordano un po’ la figura di Daria Nicolodi negli anni Settanta e ci sono alcune scene che mi hanno rimandato ad altre scene dei film di Dario. Una per tutte, la Gainsbourg che sale in macchina. La ripresa rallentata, il vestito che svolazza, il vento. Non sono sicurissima di quale sia il riferimento, la prima associazione che ho fatto è stata con Suspiria, le porte scorrevoli e il temporale ma non escludo che sia un altra la scena (e il film) a cui si richiama. E potrei andare avanti ancora un bel po’ a fare il giochetto dei richiami su parecchi altri particolari ma avrebbe senso fino a un certo punto.

La realtà è che tutti abbiamo i nostri fantasmi e ognuno ci fa i conti e impara a conviverci come può.

Sleeping With Ghosts, diceva Brian un po’ di anni fa, anche se io ho sempre preferito la variante del living with ghosts.

Abbiamo tutti qualcosa in sospeso. Qualcosa che dobbiamo rielaborare. Qualcosa che prima o poi deve venire fuori. Il che non vuol dire che si spiattelli per filo e per segno il racconto di qualcosa che ci è successo. La memoria rielabora, cambia, distorce ma soprattutto filtra. Quello che resta generalmente ha ben poco a che fare con i “fatti realmente accaduti”. Quello che resta intatto sono le emozioni. Che sono il punto di contatto. Il mezzo per la catarsi.

Le tinte sono forti, nell’emotività di Aria come nella sua persona. I colori accesi degli anni Ottanta (siamo nel 1984 per l’esattezza) dominano nelle ambientazioni e nell’abbigliamento.

Visivamente bellissimo, curato in modo quasi maniacale nella costruzione degli ambienti e delle scenografie.

Colonna sonora fantastica e terribilmente adatta. La maggior parte dei brani è stata scritta da Asia stessa. Di Brian mi pare ce ne siano due, il primo e il penultimo. Dovrò recuperarmela.

Giulia Salerno è meravigliosa, dolcissima, perfetta nella sua espressività quieta e disperata al tempo stesso.

La Gainsbourg è fenomenale, come sempre. Al di là del fatto che io adoro Charlotte Gainsbourg, è un fatto che qualunque sia il ruolo in cui si cimenta, il risultato è sempre ottimo. Ho amato moltissimo il fatto che reciti in italiano e il suo accento.

Garko. Il suo personaggio poteva essere interpretato meglio? Secondo me sì, però non posso dire che non sia ben riuscito. Urla forse un po’ troppo. E non mi piace granché come gli vengono le scene urlate ma è pur vero che è adatto a quel ruolo. E devo anche dire che ha dimostrato una discreta dose di autoironia nell’accettarlo.

Compare anche Asia, in una breve scena marginale e nei panni di Donatina, una delle due sorelle, troviamo Anna Lou Castoldi.

Non è un film perfetto, quello no. Se proprio voglio fare la pignola, ci sono alcuni dialoghi dei litigi che avrebbero potuto funzionare meglio, in modo più fluido.

Però è un film bellissimo. Che ti cattura, ti coinvolge, ti fa amare incondizionatamente la protagonista, ti investe con la sua bellezza e con la sua emotività diretta, incondizionata, priva di filtri.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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