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Archive for febbraio 2014

locandinapg5

Me l’ero perso l’anno scorso quando era uscito al cinema e sono riuscita a recuperarlo l’altro giorno da Fnac. Vabbè, più che recuperarlo me l’hanno praticamente tirato appresso in offerta ad un prezzo stracciato. Avrei dovuto pormi delle domande? Forse. Ma forse anche no.

D’altronde se sono arrivata al sesto è perché ho deciso che tutta una serie di tamarrate non mi disturbano.

Il giudizio generale è: figo. Forse non sarà il migliore della serie ma non tradisce le aspettative.

Il filone di trama principale è consolidato e si mantiene quello. I personaggi sono sempre gli stessi e li si riprende esattamente dove li si era lasciati alla fine del quinto – con forse ancor maggiore coerenza di legame rispetto ad altri capitoli.

Dom e Brian – che nel frattempo ha avuto un figlio da Mia – , al sicuro e al riparo dall’estradizione si stanno godendo la meritata “pensione” quando Hobbs viene a scovarli perché ha bisogno del loro aiuto contro una banda di criminali. Chi glielo fa fare? verrebbe da chiedersi. E in effetti non è che Hobbs disponga di molte carte per smuoverli. L’unica cosa è una foto di Letty, che sarebbe ancora viva e, guarda caso, sarebbe finita proprio nella banda di criminali in questione (e poi si capirà pure il perché).

Sì ok, lo so, mi viene da ridere da sola a raccontare la trama, ma alla fine anche questo è molto coerente con tutti gli altri film. Letty non si capisce mai se ci sarà da un film all’altro e finisce sempre per fare qualche scomparsa o ricomparsa a sorpresa. Secondo me la Rodriguez si piglia male a prendere impegni troppo a lungo termine con la saga.

Anyway. Banda ricomposta con l’aggiunta di Hobbs che dell’Agente ha proprio solo la divisa.

La trama da qui in poi non è esattamente originale – lo era sicuramente di più quella del quinto – ma fila senza intoppi e senza buchi. L’azione è buona come sempre e il presupposto di gnocca&motori che è alla base di tutta la serie non viene disatteso.

Dom questa volta ha un Dodge Charger Daytona del 1969 che a me piace tantissimo anche se è un po’ trattato come il parente povero della Dodge. Fighissime anche la Mustang Boss 429 del 1969, guidata da Roman e la Jensen Interceptor Mark 3 del 1973, guidata da Letty. Una particina anche per una Giulietta dal rosso improbabile verso la fine.

Lin, regista già di Tokyo Drift, del quarto e del quinto, stavolta usa un po’ di più le riprese aeree in circolo sugli inseguimenti e crea alcune scene visivamente bellissime, molto in stile Need For Speed. Le corse sono fatte bene, come sempre, anche se forse alla ventesima inquadratura dei piedi che cambiano sui pedali ci si comincia pure a rompere vagamente i coglioni. Sì, ok, bisogna tenere presente che per gli americani cambiare con un cambio vero è già una roba.

Per il resto, gli attori sono sempre loro, alcuni visibilmente invecchiati, come il povero Paul Walker – scomparso nel novembre scorso – e lo stesso Vin Diesel. Michelle Rodriguez è più magra ma non troppo ed è sempre più bella-brava-tutto (la adoro spudoratamente, in caso non si fosse capito) mentre Jordana Brewster è dimagrita eccessivamente e sembra uno stecco.

Dwayne Johnson è sempre uguale a se stesso e viene il dubbio che sia stato messo lì solo per fare a gara di chi è più grosso nella scena sull’aereo, dove tra lui, Vin Diesel e un altro non meglio identificato cattivone, ci hanno messo in mezzo pure un po’ di wrestling.

Di un buon cinquanta percento di dialoghi (e di copione in generale) si potrebbe tranquillamente fare a meno e Dom in questo ruolo di paladino della famiglia risulta persino un po’ imbarazzante, ma alla fine non ci si fa poi così caso.

Insomma, capitolo di tutto rispetto. Se vi piace il genere vedetelo serenamente.

Chiusura aperta, tanto per cambiare, con una sorpresa che mi ha fatto ridere non poco. Il settimo dovrebbe arrivare già nel 2014 anche se non so bene come risolveranno per il cast.

Cinematografo & Imdb.

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Regia di John Turturro.

In uscita il 17 aprile.

Sinceramente ho perso il conto delle volte che Allen ha dichiarato che non avrebbe più recitato. Non che mi dispiaccia eh. Anzi. E’ così in tono con il suo personaggio.

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Notavo l’altro giorno che un po’ di sano horror di categoria medio-bassa manca da queste parti decisamente da troppo tempo. Urge rimediare e Iris mi sostiene con una delle sue rassegne. Mi pare si chiami Paranormal o qualcosa del genere e, a giudicare dal programma, sembra una Notte Horror leggermente più raffinata. Bene direi.

Ghost Ship è un film del 2003 della cui uscita nelle sale non mi ero neanche accorta, come penso la quasi totalità del resto del mondo, se si escludono il regista, il cast e qualche parente in debito con qualcuna delle persone coinvolte.

Che poi per carità, ho visto sicuramente di peggio. Solo, nel complesso è un film piuttosto inutile nel senso che non fa abbastanza paura per essere un horror, non fa abbastanza schifo per essere uno splatter e non è neanche troppo grottesco per far ridere. E’ un po’ uno di quei film-jolly che vengono piazzati in elenco da tutte le rassegne di genere fondamentalmente per far numero.

Nave scomparsa in circostanze misteriose, potenzialmente contenente la solita immensa fortuna. Un equipaggio che ha voglia di rischiare tutto. Un antefatto inquietante e un torbido passato. Questi gli ingredienti principali.

Apertura con quella che vuol essere una scena d’effetto ma che in realtà è una splatterata di scarsa qualità che, oltretutto, si brucia subito tutto il budget per eventuali effetti speciali. Tant’è che viene poi pure riutilizzata nel corso del film. L’antefatto. La nave – italiana – al culmine del suo splendore, una festa di ricchi ufficiali e gente altolocata, un cavo che salta e taglia tutti a metà con conseguente momento di immobilità e straniamento – che, secondo Hollywood, è imprescindibile per chi viene tagliato in due – e successivi scivolamenti delle parti tranciate. Ripeto. Bassa qualità perché, più che far la giusta impressione, lascia lievemente in imbarazzo.

Poi, salto nel presente. Equipaggio che finalmente trova la nave e ci rimane incastrato. Fantasmi, stranezze, tutto il repertorio del genere. Mi piacerebbe pensare che il regista abbia avuto il buonsenso di lasciar stare Shining ma di fatto si capisce che l’impostazione di alcune scene vorrebbe ispirarvisi – le feste sontuose, il modo in cui i fantasmi interagiscono.

Vagamente fastidiosa la connotazione di ciò che italiano – un po’ di cliché e di condiscendenza, come accade quasi sempre.

Nel cast ci sono anche Gabriel Byrne (Canone Inverso) e Karl Urban (Eomer nel Signore degli Anelli).

In tutto ciò c’è da dire che la trama, nonostante tutte le pecche, regge abbastanza bene. Non hanno voluto strafare e ci hanno messo un finale che risulta comunque coerente con i presupposti.

Che dire. Se fagocitate horror compulsivamente come la sottoscritta, magari un’occhiata a tempo perso potete pure dargliela. Altrimenti perdetevelo pure. La cinematografia horror non ne è stata particolarmente arricchita.

Cinematografo & Imdb.

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Smetto quando voglio aka, ma quindi è possibile fare un film italiano senza ravanare in sordidi casi umani e riuscire pure a far ridere senza ricorrere a doppi sensi degni del peggior repertorio di un tredicenne in piena tempesta ormonale?!

Ebbene pare di sì.

Che poi non è che si stia parlando di un capolavoro eh, solo che, vista la desolante media del panorama delle commedie italiane, verrebbe quasi dal gridare al miracolo.

Un gruppo di brillanti ricercatori o ex ricercatori universitari tra i migliori esponenti della propria (nostra) generazione, costretti a vivere di lavori di ripiego, assolutamente al di fuori – e al di sotto – delle loro competenze. Sottopagati e precari. Che sono un po’ le parole chiave degli ultimi dieci-quindici anni.

Sfruttando le rispettive competenze – prime fra tutte quelle chimiche e neurologiche – sintetizzano una nuova droga che – proprio perché nuova non rientra (ancora) nell’elenco delle sostanze illegali per lo stato italiano e si improvvisano spacciatori.

Un po’ Big Bang Theory  un po’ Ocean’s Eleven (e anche un po’ Breaking Bad, anche se solo nel presupposto), Smetto quando voglio è ben costruito, divertente e intelligente.

Sidney Sibilia – classe 1981 – al suo primo lungometraggio – mescola tutta una serie di elementi fortemente caratterizzanti per la generazione dei trentenni di oggi. I colori fluo anni Ottanta volutamente esaltati, una colonna sonora rock-pop – Why don’t you get a job degli Offspring in apertura -, i riferimenti più o meno velati ad altri film che nel frattempo sono diventati cult – uno per tutti, la scena della riunione abusiva nel capannone industriale deserto e il discorso di Pietro (Edoardo Leo) – che parla dei suoi soci come delle migliori menti in circolazione – che ricalca tantissimo il discorso di Tyler Durden in Fight Club.

Buono il cast, quasi interamente maschile fatta eccezione per Valeria Solarino. Buona la recitazione, senza inutili picchi di enfasi senza parole mangiate come si vede fin troppo spesso in tanto cattivo cinema nostrano. Piccola parte anche per Neri Marcorè.

Paradossale, caricaturale, smitizzante, risulta gradevole, sinceramente spassoso, mai volgare o eccessivamente sopra le righe.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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all’inizio dell’autunno, Jean-Paul Sartre teneva in Giappone – a Tokio per la precisione – la prima di una serie di celebri conferenze poi pubblicate, nel 1972, all’interno dell’ottavo volume di Situations, in cui egli, lanciato in una appassionata «difesa dell’intellettuale», mostra, per così dire, la legalità culturale, morale e sociale di una definizione con cui rispondere alla domanda che porta il titolo stesso di quella prima conferenza: qu’est-ce qu’un intellectuel? Donde la risposta, come al solito provocatoria e tutta intrisa della tradizione «pedagogica» del suo maestro, Émile August Chartier detto Alain, e dello «spirito di negazione» che quella tradizione implicava: «L’intellettuale – dirà dunque Sartre con intenzionalità decisamente polemica – è qualcuno che s’immischia in ciò che non lo riguarda», in contrasto, così, con qualsiasi «tecnico del sapere pratico», sin a diventare – egli – l’unico vero testimone di una società lacerata. Una società nella quale, in quanto «uomo che prende coscienza dell’opposizione» tra ricerca della verità e ideologia dominante, a lui tocca una situazione di solitudine destinata a diventare, fino al «martirio», impegno radicale: farsi alla fine «custode dei fini fondamentali».

Certo: in quell’occasione Sartre, con fare sicuramente provocatorio, rivendicava quel che era stata la passione assoluta che ne aveva pervaso la vita fin dai tempi della giovinezza: l’idea che la scrittura, per uno scrittore vero, rappresentasse in fin dei conti tutto il suo destino, tanto che, ne La force de l’âge, cosi aveva detto di lui Simone de Beauvoir: «L’opera d’arte, l’opera letteraria, era per lui un fine assoluto; essa portava in sé la sua ragion d’essere, quella del suo creatore, e forse anche – questo non lo diceva, ma sospettavo lo pensasse fermamente – quella dell’intero universo». Salvo il fatto che lì, in quella difesa dell’intellettuale engagé che tante polemiche meschine ha suscitato, oggi come allora, Sartre poneva più in generale un problema tipicamente fenomenologico che non valeva tanto – o soltanto – a certificare lo statuto critico del «letterato», quanto semmai a decifrare il senso storico ed esistenziale di un lavoro capace di reagire al disincanto del mondo. Il problema, cioè, di sfuggire, ciascuno, dall’angustia specialistica di qualsiasi mera descrizione di quello stesso mondo, per tentare la strada di una sua interpretazione di senso capace di strapparlo dal mutismo di una fatticità senza orizzonti. Un progetto in cui risuona l’evidente richiamo di Husserl che, alle prese trent’anni prima con la «crisi delle scienze europee», ci aveva ricordato – e Sartre ne aveva registrato da subito la portata epocale – come «le mere scienze di fatti producano meri uomini di fatto», e come, sotto questo profilo, «nella miseria della nostra vita […] questa scienza non ha niente da dirci», in quanto «essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo»; vale a dire – concludeva Husserl – «i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana».

Il corpo spesso – Esperienze letterarie e vissuti formativi – a cura di Antonio Erbetta, 2001

Introduzione di Antonio Erbetta

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Liberamente ispirato a Manhattan Folk Story, l’autobiografia di Van Ronk Dave – tanto liberamente che di fatto non si può neanche parlare di una vera e propria trasposizione -, Inside Llewyn Dawis – grossolanamente tradotto in italiano con A proposito di Davis – è l’ennesimo film riuscito dei fratelli Coen.

Omaggio alla musica folk e a quella tradizione che ha poi trovato il suo massimo esponente e la sua massima espressione in Bon Dylan ma il cui terreno è stato preparato anche dai molti che da quel terreno non sono mai emersi.

I locali fumosi e bui di New York. Il Gaslight, in particolare. Gli ingaggi per due soldi o anche per niente. Il pubblico scarso. Costante e al tempo stesso disilluso in partenza. Una generazione malinconica e inquieta.

Omaggio a Dylan stesso, con la locandina del film che richiama esplicitamente la cover di The Freewheelin’ Bob Dylan, del 1963, il primo album contenente solo brani di Dylan – tra cui Blowin’ in the Wind – con l’ironica sostituzione della ragazza con il gatto.

L’immagine fugace del profilo di Dylan.

Llewin Davis – interpretato da un adattissimo Oscar Isaac – sembra al tempo stesso protagonista e spettatore della sua esistenza. L’attraversa spinto da un’esigenza insopprimibile di non seguire le orme paterne e da un’ostinazione incrollabile nel credere in quello che fa. E, contemporaneamente, sembra in balia di un destino che si limita ad osservare con la rassegnazione di chi tanto ha già capito come andrà a finire.

Inside Llewyn Davis è un film dolceamaro, dalla bellezza dimessa delle periferie, delle melodie senza tempo, delle canzoni con la voce di Isaac-Davis. Un film di legami spezzati. Con il padre ma anche con tutte le figure che in qualche modo incontrano la vita di Llewyn, tra le quali spicca una fantastica Carey Mullighan, arrabbiata, antagonista in ogni senso possibile.

In generale tutte le persone con cui Llewyn ha a che fare fanno parte di una galleria nella quale si declinano le varie forme di una fondamentale opposizione o ostilità a tutto ciò che lui vuole essere. E in quest’ottica,  a ben pensarci, si ritrova pure un po’ della prospettiva del Serious Man dei Coen del 2009.

C’è anche Justin Timberlake, in una parte tutto sommato non particolarmente degna di nota. Interpreta, con Isaac e Adam Driver, una canzone originale – Please Mr Kennedy – che ha ricevuto la nomination ai Globes (a mio avviso piuttosto immeritatamente, per quel che vale).

Poche nomination agli Oscar, solo miglior fotografia e miglior sonoro, che, a dirla tutta, sanno un po’ di contentino, giusto per non farsi dire che l’hanno ignorato del tutto, con la conseguenza che si grida comunque all’immeritata trascuratezza.

Non lo so. La realtà è che, secondo me, anche avesse ricevuto più nomination, pur essendo un bellissimo film, non otterrebbe comunque niente perché è troppo in sordina rispetto alla concorrenza.

Certo, si sarebbe meritato di poter partecipare in più categorie dieci volte di più rispetto a Gravity che, come l’anno scorso nel caso di Vita di Pi, con le sue 10 candidature (pari solo ad American Hustle) al momento rappresenta per me il film più immeritatamente nominato dell’edizione 2014.

E poi c’è il gatto. Che è un elemento tutt’altro che secondario. Simbolico? Quasi ovviamente sì, ma comunque ben inserito. Estraneo ma assolutamente intonato, non un significato imposto e ostentato ma una delle tante chiavi del loop in cui Llewyn si perde e si ritrova.

Cinematografo & Imdb.

Inside-Llewyn-Davis-Oscar-Isaac

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