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Archive for 26 febbraio 2014

Funny Games US POSTER

Ci saranno SPOILER in grandi quantità. Io avviso.

Era un po’ che non lo rivedevo e mi ero quasi dimenticata quanto ami visceralmente questo film. E Haneke per averlo concepito.

E’ uno dei film più plausibilmente crudeli che abbia mai visto. Ed è geniale sotto moltissimi aspetti.

Ok, non ho visto tutto di Haneke e ultimamente sono circondata da persone che mi dicono che dopo Amour lo odierò, ma finora, tutti i suoi film che ho avuto modo di vedere mi sono sempre piaciuti. Questo poi, come dicevo, lo adoro proprio.

Lo so che viene prima la versione austriaca del 1997, ma io ho visto prima questo qui e sono più legata alla versione US per diversi motivi. E poi sono proprio solo l’ambientazione e il cast ad essere diversi perché tutto il resto è identico fino all’ultima battuta o al più piccolo battito di ciglia.

Motivi per fare una cosa del genere? Forse più di uno e forse neanche così scontati. Marketing? Certo. Soldi? Ancora più certo – anche se in modo molto relativo perché non è che Haneke faccia esattamente i miliardi di dollari al botteghino negli States. Eccesso di ego? Ma ovviamente sì, non facciamoci mancare niente.

Ma anche un sottinteso. In un’epoca in cui – per pigrizia o mancanza di stimoli – il remake va talmente di moda da rischiare di prendere addirittura il sopravvento sull’idea originale, prima che qualcuno si faccia venire in mente di fare soldi con il rifacimento di un suo film, Haneke gioca d’anticipo e se lo rifà da solo. E prende anche bene per il culo il meccanismo per cui pare che ad aver valore per la critica siano solo i prodotti sfornati da Hollywood. L’esigenza distorta dei remake specificatamente americani anche nel caso di grandi capolavori di altre nazionalità. Per la serie, se non è made in USA nessuno se ne accorge. E, non pago di ciò, aggiunge l’ultima ciliegina sulla torta della sua polemica e non si sbatte a cambiare niente del film precedente, se non, come dicevo, il contesto. Prende il pacchetto e lo sposta in blocco in America. Fine dei giochi. Già questo è banalmente geniale.

La trama di per sé non è niente di particolarmente nuovo. Villa isolata. Famiglia presa in ostaggio da psicopatici. Niente di che.

Il punto, come sempre, è il modo in cui questo niente-di-che viene interpretato.

Quello che Haneke crea con i due ragazzi non è un antagonista tradizionale. Un cattivo da combattere o dal quale fuggire, ma del quale si hanno chiare le intenzioni. No. Paul (Michael Pitt) e Peter (Brady Corbet) sono l’incarnazione dell’assoluta, totale, lucida mancanza di motivazione.

Perché state facendo questo? chiede ad un certo punto il povero George (Tim Roth), già malconcio dall’inizio.

Perché no? risponde con quieta logica Paul.

E di fatto, nessuno ha una risposta valida a questo.

Spettacolare la plausibilità. Che detta così sembra una cosa che lascia un po’ il tempo che trova ma che è invece un aspetto che noto tantissimo tutte le volte. Ogni singola dinamica relazionale, ogni situazione, ogni particolare, tutto è costruito in modo che tu ti stai chiedendo ma perché non fanno questo o quest’altro per scappare/salvarsi? ma poi ti rendi conto che o non avrebbero potuto agire diversamente o, anche se l’avessero fatto, i due ragazzi avrebbero a loro volta adeguato il proprio comportamento bloccando qualsiasi sviluppo alternativo. Sempre per il fatto che il modello cinematografico imperante è quello americano, siamo abituati ad adottare, per le storie sullo schermo, anche quelle di ambientazione quotidiana, dei parametri di plausibilità più o meno sfalsati. Percepiamo come normale che qualcuno reagisca prontamente ad un’aggressione, che chiunque sappia fare a botte, maneggiare un’arma, improvvisarsi abile nella fuga.

Qui, tutti questi presupposti vengono meticolosamente smontati per lasciare il posto a persone spaventate, più o meno lucide ma comunque impacciate, impreparate, come è logico che sia, ad affrontare una simile aggressione.

Quando, verso la metà, Paul e Peter li lasciano soli, istintivamente viene da gridare a George ed Anna (Naomi Watts) di sbrigarsi. Viene da chiedersi perché, in quei primi due minuti che scorrono, non siano già riusciti ad uscire e chiamare i soccorsi. E l’unica risposta è che nessuna persona vera ci sarebbe riuscita. Anna ci mette già il suo tempo a liberarsi mani e piedi. E poi fa quello che chiunque farebbe, torna in soggiorno a vedere come sta suo marito. E George è quello che si spezza prima. E rimane lì, dolorante e in stato di shock. Non può muoversi per il dolore di gamba e braccio rotti ma anche perché completamente traumatizzato dall’aver visto il figlio ammazzato davanti ai suoi occhi. Ed è vero che forse stanno perdendo tempo ma è altrettanto vero che chiunque, al posto di Anna, avrebbe perso quei trenta secondi per fiondarsi istintivamente accanto a lui.

E lo stesso ragionamento si può fare per un sacco di altri dettagli dell’azione. Il coraggio di reazione che Anna, George e anche il bambino, dimostrano è il massimo di coraggio che si possa pretendere da una normale famiglia alto-borghese.

Grande impiego di espedienti metateatrali. Grande non tanto come quantità, quanto piuttosto per la qualità di tali espedienti. Non è solo lo sguardo di Michael Pitt dritto in camera – che succederà sì e no tre volte in tutto il film. Sono le battute che si riferiscono alla necessità di fare quello che si sta facendo per esigenze di copione. Per soddisfare chi sta guardando. Per intrattenere. Perché si vuole una trama e un finale. E’ il gioco nel gioco. I funny games con cui i due ragazzi torturano le loro vittime e il gioco perverso a cui anche lo spettatore si presta, rimanendo a guardarli e rendendosi così complice.

E’ il discorso sulla barca, sulla relatività di ciò che si può considerare reale. Lo stai vedendo, quindi è reale. E’ una cazzata? Non è detto.

E poi c’è la scena che è un po’ il punto cult di tutto il film, che è quella del telecomando. Quando Anna riesce ad afferrare il fucile e a far secco Peter, regalando l’unico momento di sollievo allo spettatore – che a quel punto del film sta agonizzando ed è ridotto peggio degli ostaggi – Paul salta su e si mette a cercare il telecomando, con il quale riavvolge la scena. La manda indietro, perché possa svolgersi nel modo corretto e lui possa bloccare il tentativo di Anna, che fallisce miseramente.

La sospensione della narrazione viene frantumata. Se gli ammiccamenti di Paul accennavano a un passaggio da una parte all’altra dello schermo, qui crolla ogni residuo di separazione tra i due piani. E, oltretutto, è l’ennesima geniale frecciatina di Haneke che sta dicendo: se fossimo davvero in un film americano succederebbe questo e Anna riuscirebbe a sparare. Ma siamo nella realtà. Non ci sperate.

Cast ottimo, tutti bravissimi. Michael Pitt riesce a risultare odioso a livelli inimmaginabili.

Bella la colonna sonora alternata tra classica e metal.

I due cattivi sono vestiti di bianco, chiaramente in omaggio ad Arancia Meccanica.

Alcune scene dalla costruzione memorabile. La tv accesa, con il volume che continua a raccontare una gara automobilistica allo scenario immobile della povera famiglia distrutta.

La pallina da golf che spunta dall’ingresso e lo sguardo di Tim Roth.

Cinematografo & Imdb.

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