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Archive for 27 maggio 2013

Sono ostaggio di un mal di testa infernale (e, a quanto sembra, chimicamente inattaccabile) da ormai qualcosa come ventisei ore abbondanti e, per quanto continui a ripetermi che anche Virginia Woolf soffriva di emicranie, la cosa non sembra essermi di alcun conforto.

E cosa c’è di meglio da fare quando si ha mal di testa se non farsi venire la brillante idea di incominciare Dante’s Inferno sulla PS3 nuova di zecca?

Sì, ok, tralasciamo il fatto che sono come mio solito in ritardo di un po’ di anni sul resto del mondo, ciò non toglie che sia comunque un’attività che richiede il suo dispendio di energie.

Il risultato è che ho rischiato di inchiodarmi già al primo scontro con la Morte, salvo poi incazzarmi quando è comparso il messaggio che, parafrasando, diceva “non è il caso che ci passi tutta la sera, se non ce la fai cambia il livello di difficoltà”. Non sia mai. Ce l’ho fatta e sono riuscita a fare ancora un paio di salvataggi prima di arrendermi di fronte al fatto che mi si incrociavano palesemente gli occhi. Il mio mal di testa prospera ancora di più ma se non altro io sono soddisfatta delle mie imprese.

Sarei tentata di dilungarmi in commenti sulla grafica e le dinamiche di gioco ma sarebbe effettivamente prematuro quindi mi riservo la recensione per quando l’avrò giocato tutto.

Mi sono anche munita di Assassin’s Creed e Gods of War ma temo che per quelli attenderò serate più propizie.

Tutta questa premessa perché? Perché nel weekend non ho visto niente al cinema e ho rivisto di recente Shining, del quale vorrei parlare da più di una settimana ma temo che se mi ci mettessi adesso direi solo un mucchio di banalità.

Quindi mi limito all’incipit di un libro che amo moltissimo.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.

Lucy ne aveva fin che ne voleva, di lavoro. C’era da levare le porte dai cardini; e per questo dovevano venire gli uomini di Rumpelmayer. “E che mattinata!” pensava Clarissa Dalloway “fresca, pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia.”

Che voglia matta di saltare! Così si era sentita a Bourton: quando, col lieve cigolar di cardini che ancora le pareva di udire, aveva spalancato le porte-finestre e s’era tuffata nell’aria aperta. Ma quanto più fresca e calma, e anche più silenziosa di questa era quell’altra aria, di buon mattino; come il palpito di un’onda; il bacio di un’onda; gelida e pungente eppure (per la fanciulla di diciott’anni ch’ella era allora) solenne: là alla finestra aperta, ella provava infatti un presagio di qualcosa di terribile ch’era lì lì per accadere; e guardava ai fiori, agli alberi ove s’annidavano spire di fumo, alle cornacchie che si libravano alte, e ricadevano; e rimaneva trasognata fino a che udiva la voce di Peter Walsh: “Fate la poetica in mezzo ai cavoli?” – così aveva detto? – oppure: “Preferisco gli uomini ai cavolfiori” – aveva detto così? Doveva averlo detto una certa mattina a colazione, quando lei era uscita sul terrazzo…Peter Walsh! Sarebbe tornato dall’India quanto prima, a giugno o a luglio, ella non rammentava più, ché le sue lettere erano disastrosamente monotone. Erano i suoi motti che vi si imprimevano in mente; i suoi occhi, il suo temperino, il suo sorriso, la sua orsaggine e, quando milioni di altre cose erano interamente svanite – strano davvero! – poche parole come quelle a proposito dei cavolfiori.

In attesa che passasse il furgone di Durtnall, ella s’irrigidì un poco, sull’orlo del marciapiede. Una donna graziosa, la giudicò Scrope Purvis (egli la conosceva come ci si conosce tra vicini di casa a Westmister); aveva in sé qualcosa di un uccellino, della gazza, un che di verdazzurro, lieve, vivace, quantunque avesse varcato la cinquantina e fatto molti capelli bianchi dopo la sua malattia. In attesa di attraversare ella se ne stava là, dritta sulla vita, come appollaiata su di un ramo; e non lo vide neppure.

Poiché il semplice fatto di vivere a Westmister – da quanti anni ormai? più di venti – impone indiscutibilmente (Clarissa lo affermava), sia pur nel bel mezzo del viavai d’una piazza o destandosi all’improvviso la notte, una particolare calma, anzi solennità; una pausa che non si saprebbe descrivere; un sostar della vita (ma questo poteva ben essere il cuore, indebolito dall’influenza) nell’attimo prima che il Big Ben suoni le ore. Ecco il rintocco! Prima è un monito, musicale, poi l’ora, irrevocabile. I plumbei circoli si dissolvevano per l’aria. Poveri di spirito che siamo, pensava Clarissa, attraversando Victoria Street. Dio solo sa perché l’amiamo così, la vediamo così, perché ce la facciamo così, costruendola attorno al nostro io per poi scomporla, e ricrearla da capo a ogni momento; eppure l’ultima delle pitocche, i più sciagurati rifiuti umani seduti sui gradini delle porte (istupiditi dal bere) non farebbero altrimenti; e per quella precisa ragione non c’è né legge né decreto che possa domarli: perché amano la vita. Negli occhi dei passanti, nella foga del brulichio cittadino, nel muggito e nel frastuono; nel trapestio e nell’ondeggiar di carrozze, automobili, omnibus, furgoni, uomini-sandwich; nelle bande e negli organetti, nella nota trionfante e nello strano altissimo canto di un aereo che ronzava su in cielo era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno.

Mrs Dalloway, Virginia Woolf, 1925

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